Schemi comportamentali e percezione del rischio: perché decidiamo “bene” anche quando sbagliamo
Schemi comportamentali e percezione del rischio: perchè decidiamo “bene” anche quando sbagliamo? Chi lavora in ambito security e risk management sperimenta ogni giorno il fatto che due persone esposte allo stesso contesto possono prendere decisioni completamente diverse. Non perché una sia più competente dell’altra, ma perché ciascuno interpreta la realtà attraverso filtri mentali spesso invisibili, automatici, consolidati nel tempo.
Vale la pena spostare l’attenzione su ciò che, nella pratica, incide con continuità sulle nostre scelte, ovvero gli schemi comportamentali. Sono quei modelli che, in modo costante e perlopiù inconsapevole, orientano valutazioni, priorità e azioni.
Il concetto richiama l’idea di “mappa mentale” resa popolare dagli studi di Tony Buzan, ma qui il riferimento è soprattutto riferito alle alterazioni del linguaggio e del significato con cui costruiamo la nostra rappresentazione del mondo, come cancellazioni, distorsioni e generalizzazioni, note anche in ambito PNL. In sostanza, non vediamo mai “tutto”, non interpretiamo mai “in modo neutro”, e trasformiamo spesso casi particolari in regole.
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Dalla sopravvivenza alla complessità moderna: quando la percezione si allontana dalla realtà
L’essere umano è stato “allenato” nei secoli a decidere in funzione della sopravvivenza. La capacità di individuare pericoli, trasmettere informazioni al gruppo e scegliere rapidamente ha fatto la differenza nell’evoluzione della specie. Verrebbe da pensare che questa esperienza millenaria ci renda oggi particolarmente efficaci nel valutare i rischi.
Eppure accade spesso l’opposto. Il motivo è semplice e, nel mondo della sicurezza, centrale: agiamo in funzione di ciò che percepiamo, non di ciò che è oggettivamente vero. Nel tempo, la realtà oggettiva e la realtà percepita hanno iniziato a divergere sempre di più; basta, infatti, una piccola difformità di percezione perché cambi la decisione e, di conseguenza, cambi il risultato.
Un’immagine utile è quella della preistoria dove l’uomo che ha appena cacciato una preda e vede avvicinarsi un leone deve decidere se restare e nutrirsi oppure scappare per non diventare preda. La selezione naturale ha premiato chi ha “letto” correttamente segnali e probabilità.
Ora spostiamoci nel presente. Una persona cresciuta in un piccolo centro rurale può non riconoscere immediatamente i rischi tipici di una grande città come traffico, scippi, truffe, dinamiche di massa. I suoi modelli mentali non sono tarati su quel contesto; viceversa, una persona abituata all’ambiente urbano, in campagna, potrebbe sottovalutare variabili operative che lì contano: gestione dell’acqua, esposizione meteo, rischi legati a fauna e territorio. Il punto non è “saper vivere” in assoluto, ma avere mappe adatte al contesto.
Schemi comportamentali e distorsioni cognitive: due piani diversi, stesso effetto sulle scelte
Nel linguaggio comune si tende a mescolare tutto, in realtà, le distorsioni cognitive hanno una componente più emotiva e intuitiva mentre gli schemi comportamentali, per come li intendiamo qui, si radicano anche nella razionalità quotidiana e nel confronto con ciò che abbiamo vissuto o osservato, nostro e altrui. In entrambi i casi, l’effetto operativo è identico ovvero il fatto che ogni decisione viene filtrata.
Per rendere il fenomeno gestibile, possiamo leggere questi schemi secondo due grandi prospettive. La prima riguarda “da dove arrivano” (fede, informazioni, educazione). La seconda riguarda “quanto durano” (permanenti o temporanei). Questa distinzione non è teorica, ma cambia radicalmente il modo in cui un’organizzazione può intervenire su comportamenti e cultura.
Schemi di fede: quando la sicurezza è un atto di fiducia
Molte delle nostre decisioni quotidiane si basano sul presupposto implicito della fiducia. Non perché abbiamo verificato, ma perché abbiamo bisogno di ridurre complessità e incertezza. È un atto di fede, nel senso letterale: agiamo anche senza elementi diretti che garantiscano la sicurezza reale della situazione.
Quando acquistiamo carne in macelleria, raramente controlliamo la filiera perché diamo per scontato che igiene, conservazione, trasporto e controlli siano stati rispettati. Lo stesso avviene quando mangiamo al ristorante: confidiamo che selezione e preparazione dei cibi avvengano correttamente. In un concerto, assumiamo che la sicurezza dell’evento sia adeguata, che la struttura sia conforme, che le vie di fuga siano funzionanti. Quando compriamo un veicolo, ci affidiamo al costruttore e al sistema di standard e test che “dovrebbero” garantire affidabilità.
Questa fiducia è necessaria perché senza, la vita quotidiana si bloccherebbe. In ambito security porta con sé una lezione: se un sistema si regge solo su atti di fede, prima o poi espone a vulnerabilità. Ed è qui che le organizzazioni devono trasformare la fiducia in verifica: standard, controlli, audit, accountability.
Schemi informativi: quando conoscere un rischio significa iniziare a percepirlo
Alcuni rischi “non esistono” per la nostra mente finché non abbiamo strumenti per rappresentarli; proprio qui entrano in gioco gli schemi informativi, vale a dire mappe che si formano grazie all’evoluzione della scienza, della medicina e della condivisione delle informazioni.
La contaminazione batterica, ad esempio, diventa un rischio percepito in modo strutturato solo dopo la diffusione di strumenti che rendono visibile l’invisibile, come il microscopio. Allo stesso modo, la divulgazione mediatica di epidemie o malattie può attivare rapidamente una percezione di rischio diffusa, anche prima che le persone comprendano davvero dati e probabilità.
Per chi si occupa di sicurezza questo è un passaggio fondamentale: l’informazione non è neutra. Può educare, certo, ma può anche amplificare o distorcere e, soprattutto, può determinare comportamenti prima ancora che esista una reale capacità di risposta.
Schemi educativi: quando la mappa diventa convinzione
Gli schemi educativi sono spesso i più ancorati. Derivano da famiglia, scuola, cultura sociale, religione, esperienze professionali e relazioni. Sono potenti perché non operano solo come “idee”: diventano convinzioni identitarie, spesso mantenute anche in assenza di competenze specifiche sul tema.
Queste mappe si alimentano in modi diversi. A volte da esperienze personali ad alta intensità emotiva, a volte da esperienze di altri, soprattutto se persone vicine, a volte da insegnamenti ricevuti da figure autorevoli, che assumiamo come veri per fiducia nell’autorità.
Un esempio utile, senza romanticizzare né stigmatizzare, è quello del rapporto tra contesto sociale e percezione. Adolescenti cresciuti in quartieri considerati “difficili” possono sviluppare mappe operative che permettono loro di muoversi con sicurezza nel proprio ambiente. Se li si sposta in un quartiere simile ma diverso, quella mappa può perdere efficacia e un soggetto cresciuto in un contesto altolocato, in quelle stesse strade, potrebbe percepire vulnerabilità molto più elevata e cambiare rapidamente comportamento. La statistica può dire una cosa, la percezione, un’altra e le decisioni seguono la percezione.
Schemi permanenti e temporanei: la durata del filtro cambia la strategia
Dal punto di vista operativo, un’organizzazione deve chiedersi: questo schema è stabile o transitorio?
Gli schemi permanenti sono difficili da sradicare perché affondano nell’infanzia e si consolidano nel tempo, influenzano gradualmente le scelte di vita e possono diventare così “ovvi” da rendere invisibili alternative e interpretazioni diverse. In casi estremi e storicamente documentati, mappe ideologiche radicate hanno portato a giustificare violenza e disumanizzazione. In un altro versante, esistono anche mappe permanenti “passive” che non giustificano l’azione, ma limitano libertà, fiducia e capacità di valutare serenamente un contesto. Eventi traumatici e contesti culturali fortemente asimmetrici possono produrre schemi duraturi che cambiano il modo in cui una persona legge relazioni e sicurezza.
Gli schemi temporanei, invece, funzionano come filtri che si attivano in modo rapido e talvolta si attenuano nel tempo. Nascono in genere da due condizioni: shock emotivi, vissuti o osservati, soprattutto se vicini, e ripetuta esposizione informativa che conferma l’esistenza di un pericolo.
Per comprendere la dinamica, basta osservare come alcuni eventi creano mappe di rischio immediate e multilivello. Un attentato può generare non solo paura di nuovi attentati, ma anche timori collaterali legati ai mezzi utilizzati o ai luoghi simbolici coinvolti. La durata del timore, però, non è uguale per tutti perché cambiano l’intensità, il canale con cui l’evento è stato percepito, diretta, immagini, racconto, e la prossimità fisica ed emotiva. Il risultato è una curva di percezione che, per alcuni, rientra in pochi mesi e, per altri, rimane molto più a lungo.
Qui emerge un fenomeno ancora più interessante: talvolta la percezione si spegne non perché il rischio sia finito, ma perché smette di essere “raccontato”. In certe dinamiche criminali o sociali, il comportamento collettivo torna alla normalità semplicemente perché il flusso informativo diminuisce, anche senza evidenze definitive che il fenomeno sia stato risolto. Questo è un punto che chi fa security deve tenere bene a mente: assenza di attenzione non significa assenza di minaccia.
Cosa cambia per la security: dalla psicologia alla governance
Leggere gli schemi comportamentali non è un esercizio accademico, ma serve a progettare sicurezza reale, perché la sicurezza non dipende solo da barriere e procedure, ma da come le persone interpretano contesto e segnali.
In un’organizzazione, questi schemi impattano su tutto: segnalazione degli incidenti, adozione di policy, rispetto delle procedure, reazione alle crisi, fiducia nei canali ufficiali, vulnerabilità al social engineering. Se la percezione diverge dalla realtà, le persone agiranno in modo coerente con la loro mappa, non con il manuale.
Ecco perché la security matura lavora su due piani contemporaneamente: da un lato costruisce misure verificabili, come processi, controlli, audit, tecnologie, dall’altro costruisce mappe condivise come linguaggio comune, criteri di valutazione, training orientato a comportamenti osservabili, comunicazione calibrata che evita sia l’allarmismo sia la rimozione. Riduce, in sintesi, la distanza tra rischio reale e rischio percepito, perché è in quella distanza che nascono errori sistemici.
Alla fine, la domanda che resta non è “le persone sbagliano?”. È più utile chiedersi: quali schemi stanno guidando quelle scelte, e come possiamo renderli più aderenti al contesto?













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